La tesi di laurea di Cesare Pavese su Walt Whitman e i suoi studi successivi sulla letteratura americana - Document (2023)

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Author: Antonio Catalfamo

Date: May 2013

From: Forum Italicum(Vol. 47, Issue 1)

Publisher: Sage Publications Ltd. (UK)

Document Type: Article

Length: 5,175 words

Lexile Measure: 1680L

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Abstract

La tesi di laurea di Cesare Pavese dedicata alla poesia di WaltWhitman fu osteggiata, durante il ventennio fascista, quando venne discussa,perche ritenuta d'impronta crociana e a causa del ritardi della culturaaccademica, fondata sull' "autarchia", nei confronti dellostudio della letteratura americana. Ancora oggi, con qualche eccezione, esottovalutata dalia critica italiana, quasi fosse un'esercitazionescolastica. Il presente saggio ne mette invece in risalto il carattereinnovativo e l'originalita. Essa dimostra infatti che ii giovanescrittore e un crociano "impuro", perche, seppur attento allapersonalita del grande poeta americano, la inserisce, assieme alla sua opera,nel contesto storico contemporaneo. L'attenzione alla storia e il traitd'union che lega la tesi di laurea agli altri saggi coevi e successiviconsacrati da Pavese alla letteratura americana, fino al culmine, raggiuntocon il testo dedicato a Francis Otto Matthiessen, al quale viene riconosciutoil merito di aver ricollegato la cultura al mondo del lavoro. Ma la tesi dilaurea e importante anche come punto di partenza della riflessione di Pavesesul mito, sul rapporto tra realta e simbolo, nonche sulla questione dellalingua, che trae senz'altro alimento dallo studio dello slang.

Parole chiave

letteratura americana, Cesare Pavese, tesi di laurea, Walt Whitman

Genesi

Cesare Pavese si iscrisse nel 1926 all'Universita di Torino.Nel 1930 si laureo in Lettere con una tesi intitolata Interpretazione dellapoesia di Walt Whitman, rifiutata dal titolare della cattedra di Letteraturainglese, Federico Olivero, nonostante il giovane avesse ottenutonell'esame biennale di questa disciplina ii massimo dei voti (30 elode), e accettata, per intercessione dell'amico Leone Ginzburg, daFerdinando Neri, professore di Letteratura francese, antifascista, direttoredi quella rivista La Cultura che sara poi diretta dallo stesso Pavese apartire dal numero tre del 1934. Il Nostro si era appassionato alla poesia diWhitman sin dagli anni del liceo. Aveva studiato la lingua americana parlatagrazie all'aiuto di un musicista d'origine piemontese che vivevanegli Stati Uniti e ch'egli aveva conosciuto a Torino, sopperendo cosialla mancanza, in Italia, di materiale relativo ai modi di dire, alleespressioni idiomatiche, allo slang.

Questo sodalizio e questa ricerca intensa e appassionata sonotestimoniati da una lettera del 29 novembre 1929, inviata ad AnthonyChiuminatto, in cui Pavese scrive (1968: 89-90):

 I guess you remember yet how fond an admirer and a student of American things I was last year and such I have increased. You also know that here in Italy is almost impossible to find anything American a fellow is seeking for. One month ago I discovered in Rome a certain "Library for American Studies in Italy" but also this one is little acquainted whit modern poetry--of novel--publications of America and only owns classics or non-literary works. I succeeded barely in finding something I wanted for my degree's thesis about Walt Whitman (You don't know, I'll be the first Italian to speak at some extent and critically of him. Look me over, I'll almost reveal him to Italy). (...) I should then like to agree with you about a kind of business. Methinks you told me once you should have accepted such an agreement: each of us should have sent to the other the worthiest novelties of his own literature. (...) Meanwhile, as the most pressing thing, would you be so kind as to go fetching, whether there is in USA, a book--a dictionary, a treatise, something about modern American language, which can enable me to understand better your contemporary writers? They ate full of slang, idioms, I don't know what, and so for an half incomprehensible. I want such a book, as the air I am breathing. Can you fetch it? Perhaps you don't even assume what usefulness had for me your little lessons of American spoken. Yet I keep those jottings carefully, and scanty as the expressions and words are I could put down, yet as I read modern American authors, I feel more assured, bolder in understanding them, more in touch with their mood of living and thought. And all comes from your lessons of language! Would it not bother you I should like to enclose in my letters a list of words and phrases picked out from contemporary writers and unexplained by our dictionaries and you should send it back to me with your wanted interesting explanations. But only if you can and like it, I beseech you. You see, I am always the same bore. I beg your pardon. You have certainly other jobs to think about. But if you'll dedicate a little time, you'll do me a big, big gift. Think, 'tis for your own country's sake! (1)

Da questo scritto emerge l'orgoglio di Pavese di essere iiprimo a occuparsi di Walt Whitman e, nel contempo, la consapevolezza delledifficolta dell'impresa, la serieta dello studioso che si documenta conacribia.

Non fu contrastata solo l'assegnazione della tesi, ma anchela sua discussione, a conferma dell'ostilita del mondo accademico.Philippe Popiela ha raccolto una testimonianza preziosa di Carlo Pinelli, ilquale aquella discussione fu presente come spettatore (2005: 74). Fratello diTullio, che fu per tre anni compagno di classe di Pavese al liceoD'Azeglio di Torino, Carlo ebbe lezioni private dallo scrittorelangarolo nell'inverno 1927-1928. Leggiamo nella sua testimonianza ladescrizione del tormentato esame di laurea sostenuto da Pavese:

 Io ho assistito alla discussione della tesi di laurea di Pavese. (...) Era una tesi sulla poesia americana. Gli avevano obbiettato che era troppo farcita d'inglese. E difatti le ultime parole (...) del relatore sono: "'La italianizzi". Direi che la seduta e stata tormentosa. Lui si attorcigliava i capelli, incrociava le gambe. (...) Era piu bravo lui che gli altri. Capiva che aveva in mano lui la situazione. Pero quelli attaccavano. E stata una tesi, non di complimento, bensi di attacco e di difesa. Non e stata una tesi come dovrebbe essere stata: lode e tutto quanto. Gli hanno poi detto: "Tanto valeva scriverla in inglese, in americano". Forse lo stesso relatore l'avra letta con fatica. Non so.

Oltre all'ostilita politica c'era probabilmente comemotivo ostativo anche l'eterno ritardo del mondo accademico rispettoalla realta viva della letteratura, la pressoche ignoranza della letteraturaamericana alternativa, delle sue differenze rispetto a quella inglese. Inconclusione, Pavese ebbe come voto 108 su 110. Non ottenne negli annisuccessivi l'assistentato a cui aspirava, ne in Italia, ne in America,dove insegnava Giuseppe Prezzolini, con il quale cerco un approccio.

I ritardi e il conformismo culturale del mondo accademico siripropongono nel tempo. Lo conferma un'altra testimonianza resa daFernanda Pivano (2002), la quale racconta, in alcune pagine autobiografiche,(2) che Pavese le aveva fatto chiedere al solito professore Olivero la tesidi laurea su Walt Whitman. L'illustre accademico aveva in un primomomento accettato, seppure a malincuore, successivamente rifiutando laproposta con l'argomento che Whitman era uno scrittore"scabroso", non adatto a una "brava signorina". E alloraPavese, sghignazzando, aveva suggerito alla Pivano di proporre a Olivero unatesi su Moby Dick di Herman Melville, ma il professore non conosceva illibro. Dopo aver letto la copia procuratagli dalla stessa Pivano, Oliveroaccetto la proposta, a patto che si precisasse nella tesi che la BalenaBianca era "il demonio". Nel 1941, quando Fernanda Pivano e prontaper la laurea, a discutere la tesi e, come per Pavese, il grande francesistaFerdinando Neri, che le da il massimo dei voti e la dignita di stampa. Unrifiuto cosi ostinato e reiterato come quello opposto dal professore Oliveroprima a Pavese e poi, a distanza di anni, alla Pivano, si giustifica conl'ottusita del mondo accademico e con il timore di "disturbare ilmanovratore", di andare contro la politica culturale oscurantista delregime fascista, che, pretenziosamente autarchica anche in campo letterario,snobba gli autori stranieri, in particolare americani. Buona parte dellaclasse docente si autocensura, si adatta a non leggere neanche i capolavoridella letteratura straniera, a costo di cadete nel ridicolo davanti agliallievi piu preparati. Pavese, suggerendo alla Pivano l'argomento"proibito" per la tesi, cerca e trova la rivincita nei confronti diquel mondo universitario che lo ha rifiutato. Il suo sorriso e, come sempre,dolceamaro.

Pavese, un crociano "impuro" con I'occhio rivoltoalla storia e alla societa

La tesi di laurea di Pavese e stata sottovalutata a lungo daliacritica, che solo in tempi piu recenti ha ridimensionato questo vuoto. (3)Forse lo scritto giovanile e stato considerato un'esercitazionescolastica; a determinare la scarsa attenzione dedicata al testo ha incisocon molta probabilita anche il metodo critico utilizzato da Pavese, che si erichiamato al crocianesimo di Ferdinando Neri e del suo vecchio professoredel liceo D'Azeglio, Augusto Monti. Questo crocianesimo aveva giaprovocato--come dicevamo all'inizio--il rifiuto della tesi da parte deltitolare di Letteratura inglese, che gli aveva attribuito un significatopolitico antiregime. Percio Pavese fu costretto a rivederla, a trasformarlain tesi di Letteratura francese, procurandosi tutti gli studi francesi suWhitman, che egli contesto puntualmente. Oggi il metodo critico crocianoviene considerato superato e, con esso, lo studio pavesiano. All'epocadella stesura della tesi, invece, l'impostazione crociana suscitoperplessita, perche la concezione di Benedetto Croce, secondo cui la poesia e"intuizione lirica", espressione del sentimento immediato del poetae null'altro, contrastava con la concezione della letteratura propriadel regime fascista, che, per converso, considerava la letteratura strumentodi propaganda politica, di esaltazione della nazione e delle sue conquiste.Pavese non e, pero, un crociano "puro", in quanto non escludecompletamente l'analisi sociologica, i nessi tra l'opera letterariae il contesto storico-sociale nell'ambito del quale essa e maturata,tanto ch'egli si rende conto, come confermano gli scritti criticipubblicati su rivista negli anni Trenta--e quindi contemporanei alla tesi dilaurea--del significato di rottura sociale che ebbero gli autori americani dalui presi in esame. La tesi di laurea non va letta isolatamente, bensi perl'appunto nel suo stretto legame con gli scritti critici contemporanei,perche la visione d'insieme ci consente di verificare i gusti esteticiprediletti dal giovane studioso in quel periodo.

Pavese ritiene crocianamente che "la poesia e una sola",in quanto espressione dei moti dell'animo del poeta, ma, nel contempo,in un saggio pubblicato su La Cultura a qualche anno di distanza dalladiscussione della tesi e recante quasi lo stesso titolo (1933; vedi Pavese,1978), si riconosce in un'affermazione di Whitman, contenuta nel volumeteorico Prose Works, in cui lo scrittore americano ben delinea gli elementidella propria poetica (Pavese, 1978: 143):

 Un sentimento e un'ambizione di articolare e fedelmente esprimere in forma letteraria o poetica, senza compromessi, la mia propria Persona fisica, emotiva, morale, intellettuale ed estetica, accordandola nel mezzo dello spirito e dei fatti importanti dei suoi giorni immediati, e dell'America attuale--e di svolgere questa personalita, identificata riel tempo e nello spazio, in un senso molto piu ingenuo e comprensivo che in qualunque libro o poema scritto sinora.

La poesia e, dunque, espressione della personalitadell'autore, ma quest'ultima va "raccordata" con larealta. Pavese ritiene che questo "bagno di realta" sial'elemento caratterizzante della letteratura americana rispetto aquellaeuropea sua contemporanea. Questa idea di Whitman (Pavese, 1978: 143-144)

 ha una singolare importanza storica, perche con essa fu la prima volta che in America si formulo il problema che nel '900 ogni artista degli Stati ha ricominciato a proporsi: comunque espresso, il problema ha questo di sempreverde, che, mentre un artista europeo, un antico, sosterra che il segreto dell'arte e di costruire un mondo piu o meno fantastico, di negare la realta per sostituirla con un'altra magari piu significativa, un americano delle generazioni recenti vi dira che la sua aspirazione e tutta di giungere alla natura vera delle cose, di vedere le cose con occhi vergini, di arrivare a quell' "ultimate grip of reality" che solo e degno di essere conosciuto. Una specie di cosciente ambientazione nel mondo e nell'America. E giusto quindi riconoscere che Walt Whitman non solo ha testimoniato per primo con la sua opera questa tendenza della cultura nazionale, ma altresi l'ha scoperta dentro di se e formulata con una maggiore chiarezza critica che non sia stata quella di parecchi suoi commentatori.

Pavese non esclude, dunque, l'"ancoraggio" dellapoesia alla realta, ma si tratta per lui di una realta particolare, che va aldi la delle apparenze e che consiste nella vera essenza delle cose, che puoessere percepita se esse sono guardate con "occhi puri". E questauna visione tipicamente decadente, che ci rimanda a Giovanni Pascoli, alla"poetica del fanciullino", e che anticipa la teoria pavesiana delmito. Anche per questo, riscoprire la tesi di laurea di Pavese significa noncompiere un'operazione di "archeologia letteraria", maindividuare in nuce gli elementi attraverso i quali si strutturera la futurapoetica pavesiana. Nello scrittore piemontese convivono mito e ragione.C'e in lui la ricerca costante di ridurre a chiarezza il mito, dispiegarlo razionalmente. Questa ricerca caratterizza anche la tesi di laureasu Whitman. La teoria di fondo in essa sostenuta, che rappresenta ilcarattere innovativo dello studio pavesiano rispetto ai precedenti francesi,analizzati e contestati, e che Whitman non e stato veramente poeta primitivo,cantore dell'America primigenia, incontaminata. Secondo Pavese, Whitmanha piuttosto sognato di essere poeta primitivo e la grandezza della sua operasta nell'aver cantato questo sogno, facendo "poesia dellapoesia", "mito del mito". E questo un punto fermo degli studipavesiani sul poeta americano. Scrive Pavese nel gia citato saggio pubblicatonel 1933 su La Cultura (1978: 142):

 Egli non rece il poema primitivo che sognava, ma il poema di questo sogno. Non riusci negli assurdi di creare una poesia adatta al mondo democratico e repubblicano e ai caratteri della nuova terra scoperta--poiche la poesia e una sola--ma passando la vita a ripetere in vario modo questo disegno, egli di questo disegno fece poesia, la poesia dello scoprire un mondo nuovo nella storia e nel cantarlo. Per scrivere insomma l'apparente paradosso, egli fece poesia del far poesia.

Quella di Whitman e, dunque, la storia di un fallimento"salutare": egli vuole dare un fondamento all'Americademocratica e progressista, individuandolo in un mondo primigenio, in uno"stato di natura", in un'"eta dell'oro",espressione del massimo della liberta, che, pero, se non e mai esistita, epoeticamente inesprimibile, perche, crocianamente, la "poesia e unasola", la poesia dell'"io". Percio Whitman finisce perfare poesia su di un sogno, "mito del mito", e in questoparadossalmente consiste la sua grandezza. Il sogno di Whitman e anche ilsogno di Pavese, che la ragione, leopardianamente, distrugge. Per Pavese ilpoeta americano non canta mai l'America, ma, attraverso essa, canta sestesso, il proprio "io", la sua gioia di essere in armonia conl'universo, il suo stupore per le piccole cose del mondo (1978: 154):

 E attraverso il suo cosmico stupore per le cose e gli uomini che Walt Whitman da una vira al risecchito proposito romantico di fare il poema primitivo dell'America. Non canta mai l'America: canta se stesso inteso a scoprire l'America come--ed e qui che e piu torbido--entita politica, ma canta altresi se stesso assorto nella scoperta della vira di cui l'America non e che un atomo o, nei momenti artisticamente meno felici, un simbolo.

Pavese contesta le letture biografiche, "a tinte rosa",dell'opera di Whitman, che caratterizzano certi critici francesi e chefanno riferimento all'omosessualita dello scrittore americano comeradice della sua poesia (1978: 152-153):

 Questa confusione del problemi biografici con quelli estetici ha imperversato nei due gruppi "amorosi" delle Leaves, intorbidando molte viste altrimenti ben limpide. Mentre la verita e, ad occhi sgombri, che i Children of Adam e Calamus sono uno stesso inno al perfetto individuo whitmaniano--donna o uomo, non fa differenza--che sperimenta la gioia, la sanita, la liberta di ogni contatto con le cose dell'universo: un ciuffo d'erba, un corpo altrui, un pensiero "profetico". Non si capisce Whitman se non ci si convince che le varie figure, che empiricamente si sono imposte al suo canto nei vari momenti della sua esistenza, sono sempre una stessa figura, identificata (e la loro vita sta in questa identificazione) a volta a volta con i vari campi dell'esperienza. Cosi le amanti e gli amici (meglio, i camerati) dei due gruppi "amorosi"; cosi i soldati (meglio, i camerati) della guerra di secessione; cosi i pionieri (meglio, i camerati) dei grandi Songs sull'America, e tipica e qui la figura di Lincoln; cosi persino le parvenze ultraterrene, le presenze celestiali (meglio, i camerati) dei Whispers of Heavenly Death. E significativa nei primi gruppi l'indifferenza con cui Walt Whitman nomina il corpo delle donne accanto aquello degli uomini. Lasciamo stare la coscienza offesa; non e il caso, perche mai a Walt Whitman passa in mente una lascivia in quanto lascivia, ma soltanto gli balzano alle labbra grida di riconoscenza per l'inesauribile campo di esperienze, di scoperte, di identificazioni; e del resto oltre l'uomo e la donna c'e addirittura ii campo della terra, e quello del mare, e insomma di tutto l'universo, che lo accoglie: "... braccia e mani di amore, labbra di amore, fallico pollice d'amore, / mammelle d'amore, ventri premuti e incollati insieme dall'amore, / terra di casto amore, vita che e soltanto vira dopo l'amore, / il corpo del mio amore, il corpo della donna che amo, il corpo dell'uomo, / il corpo della terra, le morbide brezze mattutine che spirano dal sud-ovest ...". E continua invocando il ronzio delle api, il profumo delle mele, i sudori del suo corpo, le adamiche figlie, tutto insomma ii materiale sinfonico delle sue meno erotiche pagine e ii tutto sollevato nella stessa atmosfera mattinale di gioia verso le cose che teneramente per la prima volta si rivelano.

Gli studi successivi (Buffoni, 1998: VII) hanno dimostrato che labiografia ha un ruolo fondamentale nell'opera di Whitman, chel'"amore virile" da lui cantato non e, come sostiene Pavese,l'"amore universale", ma l'amore omosessuale. Certo,Whitman e stato costretto ad "autocensurarsi", a mimetizzarsi, adaffiancare alle poesie omosessuali di Calamus quelle di Figli d'Adamo,in cui canta l'amore eterosessuale. La stessa critica contemporanea glie venuta in soccorso, mascherando il carattere omosessuale della sua opera,per evitare la censura.

Assistiamo, negli studi pavesiani sulla letteratura americana, aun progressivo recupero della dimensione storica. Basta richiamare, a talproposito, i saggi teorici pubblicati da Pavese nel biennio 1946-1947. Ma giail saggio dedicato a Sherwood Anderson nel 1931 e pubblicato su La Culturatestimonia come Pavese sia, fin dagli anni della stesura della tesi, uncrociano "impuro", com'egli si renda conto degli influssidella realta storico-sociale sull'opera letteraria. Gia l'incipitdi questo scritto dimostra come per lo scrittore langarolo l'operaletteraria non sia solo manifestazione del "fantastico", bensiprodotto della realta storica, in quanto lo scrittore, in particolare quellonordamericano, oggetto specifico dell'analisi pavesiana, si prende curadi risolvere problemi storici (Pavese, 1931; vedi 1978: 33):

 E difficile parlare in Italia di scrittori nordamericani poiche appunto i piu grandi fra questi si sono trovati nella loro opera a risolvere problemi di natura storica di cui quasi nessuno tra ii pubblico ha idea. E non solo parlare di questi scrittori e difficile, ma anche intenderli alla lettura, poiche si ha un bel dire che un'opera d'arte e tale in quanto esce dalle contingenze storiche che l'hanno prodotta e crea un suo mondo fantastico, ecc., ma sono parole. Al fatto, l'opera d'arte ci commuove e ci si lascia comprendere soltanto finche conserva per noi un interesse storico, finche risponde a un qualche nostro problema, risolve insomma un nostro bisogno di vira pratica. Non esiste arte per l'arte. E persino la piu oziosa lirica parnassiana risolvera per il lettore--un po' antiquato ha da essere, questo lettore, a dir la verita--un problema della pratica: come vivere sognando.

Siamo in presenza di una critica esplicita non solo a Croce e allasua teoria estetica della poesia come "intuizione lirica",categoria autonoma dello spirito, slegata dal contesto storico, ma anche auna parte fondamentale della cultura italiana, imbevuta di quel crocianesimoche impedisce al lettore di capire opere come quelle degli scrittorinordamericani, che si occupano di problematiche di carattere storico. Pavesetratta in questo scritto (1978: 33-36), forse per la prima volta, il problemadel rapporto tra la situazione americana e quella italiana, sottolineandocome gli scrittori nordamericani affrontino in effetti un "drammacomune", rappresentato da quello che ii Nostro chiama, con evidenteintento dispregiativo, "industrialismo". Lo scrittore piemontese,recuperando la dimensione storica, conduce un'analisi economico-socialedella realta americana, a partire dalla svolta del 1880, che porto aun'accelerazione del processo di industrializzazione del Paese, contutti gli effetti disumananti che ne seguirono.

Da questo mondo industrializzato, Anderson (Pavese, 1978: 36)

 ha tratto le piu dolorose e pensose e risolutive rappresentazioni di vita moderna, insieme elementari e complicatissime, cerebrali e illetterate, belle di una bellezza che supera la pagina scritta. Molti problemi puramente nazionali tocca nei suoi libri, e di questi e inutile dire per ora: basta che tutti tengano a mente qual e in lui il problema e l'ambiente di vita, che tutti li supera e li fonde. Per Anderson, tutto il mondo moderno e un contrasto tra citta e campagna, di schiettezza e di vuota finzione, di natura e di piccoli uomini. Quanto tocchi anche noi quest'idea, credo inutile dire. E di quanto noi siamo inferiori in potenza vitale alla giovane America, possiamo vedere da questo: un problema che ha dato all'America opere come quelle di cui parlo, non ha dato tra noi che una caricatura letteraria: stracitta e strapaese.

Ce n'e abbastanza perche la cultura accademica, strettamentelegata al fascismo, e il regime stesso--come vedremo nell'arresto del1935, tutt'altro che casuale--osteggi le idee di questo giovanotto unpo' troppo intraprendente, veloce di cervello e di penna. Pavese, al dila del crocianesimo, che pure infastidiva i custodi della cultura ufficiale,evidenzia ii valore sociale dell'opera letteraria, sottolinea leambiguita del regime, che, anch'esso preso dalla febbredell'industrialismo, nell'intento di competere con le grandipotenze capitalistiche, non vuole nel contempo alienarsi le simpatie dellaborghesia agraria. Cosi la cultura di regime da un colpo al cerchio e unaltro alla botte: sostiene l'esaltazione della vira agreste da parte diStrapaese (movimento letterario sponsorizzato da Mino Maccari) e, nellostesso tempo, le tinte aperture alla cultura d'oltralpe da parte diStracitta (movimento sostenuto, con indiscutibile abilita, da MassimoBontempelli). Si noti che Pavese usa la lettera minuscola per indicare i duemovimenti ("strapaese" e "stracitta"), perche liconsidera fenomeni di basso profilo culturale. Ben piu ampio spessore ha laletteratura espressa dagli scrittori nordamericani, che rappresentano iicontrasto tra citta e campagna senza cadere nel folclore e nel bozzetto.

I saggi sulla letteratura americana pubblicati nel secondodopoguerra

Se non si individua la dimensione storica presente, nonostante ilcrocianesimo di fondo, negli scritti pavesiani dedicati negli anni Trentaalla letteratura nordamericana, il maggiore impegno storicista che trasparenei saggi del dopoguerra, tra il 1946 e il 1947, potrebbe sembrare piovutodal cielo. Esiste, invece, una linea di continuita nel metodo critico diPavese, nel passaggio dalla fase giovanile a quella piu matura. E il traitd'union e costituito proprio dallo storicismo, che si faprogressivamente piu convinto e marcato.

Negli scritti del dopoguerra, il Nostro spiega le ragionistorico-politiche, oltreche letterarie, che spinsero tanti giovani della suagenerazione ad approfondire lo studio degli scrittori nordamericani.L'America viene vista in un'ottica deformante, come"Antitalia", come patria della liberta, contrappostaall'illiberta del regime fascista, terra vergine, primitiva, vitale, incui opera un uomo libero di sprigionare tutte le sue energie creative.

Il senso della storia si fa sempre piu largo nell'analisi diPavese. Egli si rende conto che l'America ch'egli sogno negli anniTrenta, assieme a tanti della sua generazione, e circondata da un alonemitico, e terra d'utopia, che ha ragion d'essere nella misura incui e contrapposta all'Italia fascista, culturalmente rozza, privata diogni liberta democratica. Ora guarda aquel mondo nella sua reale dimensionestorica, ne individua i tratti autoritari, seppur nell'ambito di unademocrazia borghese.

Dallo sviluppo dell'analisi pavesiana emerge un'altraAmerica, quella dell'incomunicabilita, della solitudine. El'America descritta, oltre che nei saggi critici del 1946-1947, nel suoultimo romanzo, La luna e i falo (1950). Ci riferiamo, in particolare, allepagine in cui viene rappresentato il protagonista, Anguilla, che attraversauna terra sterminata e deserta, il suo mezzo si guasta ed egli rimane per unanotte nel buio di un mondo sconosciuto e ostile; oppure mentre giace su unprato, accanto a una donna, anch'essa estranea (Pavese, 2000: 23):

 Capii nel buio, in quell'odore di giardino e di pini, che quelle stelle non erano le mie, che come Nora e gli avventori mi facevano paura. Le uova al lardo, le buone paghe, le arance grosse come angurie, non erano niente, somigliavano a quei grilli e a quei rospi.

La consapevolezza storica di Pavese raggiunge ii culmine nelsaggio su Francis Otto Matthiessen (vedi Pertile, 1983 e 2001). Si tratta diuna recensione del 1946 al volume American Renaissance, uscito nel 1941. Loscrittore piemontese attribuisce grande importanza allo studio diMatthiessen, tanto da rendere palese la comunione d'opinioni. Per Paveseesso ha rivelato che la rinascita della cultura americana non avvenne per laprima volta con gli scrittori che operarono nel decennio che segui la grandeguerra (Edgar Lee Masters, Anderson, Eugene O'Neill, Gertrude Stein,Ernest Hemingway, William Faulkner), ma grazie a cinque autori, chepubblicarono le opere della "vera svolta" nel quinquennio1850-1855: Ralph Waldo Emerson, Nathaniel Hawthorne, Melville, Henry DavidThoreau e Whitman. Il merito di Matthiessen e stato, secondo il Nostro,quello di aver letto questi ultimi autori in una luce nuova, in funzionedella loro concezione storico-politica della letteratura (Pavese, 1946; vedi1978: 173).

 C'e un'evidente concordanza tra le poetiche del cinque e il gusto di Matthiessen: "il desiderio che non ci fossero crepe fra l'arte e le funzioni della comunita, che ci fosse unione organica fra ii mondo dei lavoratori e la cultura". E piu chiaramente: "In regime di democrazia non puo esserci che una sola vera pietra di paragone del civismo, e cioe: quelle doti che voi possedete, le usate pro o contro il popolo" (pp. XV-XVI). Cio che spiega la esclusione del sesto grande dell'epoca, Poe--a parte il fatto che mori nel '49. Poe inauguro la tradizione dell'arte per l'arte e fu "ferocemente ostile alla democrazia" (p. XII), non poteva quindi entrare nel campo di un'indagine cosi condizionata.

Whitman, al quale Pavese ha dedicato la sua tesi di laurea,Melville, da lui profondamente amato e tradotto in maniera ancor oggiritenuta esemplare, e gli altri tre autori sopra menzionati vengono esaltatida Matthiessen perche nelle loro opere realizzano un'"unioneorganica fra il mondo dei lavoratori e la cultura" (Pavese, 1978: 173),che si rivela come "esigenza di un nuovo linguaggio che, distruggendo lebarriere fra cose e parole, investa di luce spirituale i piu ordinari aspettidella vita quotidiana e ne riveli la profonda natura simbolica" (1978:174).

Il Nostro evidentemente concorda con questa chiave interpretativa,nel momento del suo massimo impegno politico, durante gli anni in cuicollabora all'edizione torinese de L'Unita, quotidiano del Partitocomunista italiano, su cui pubblica i Dialoghi col compagno, checostituiscono il preludio per il suo romanzo piu "ideologico": Ilcompagno. In questa fase della sua vita e della sua opera Pavese ha unrapporto fecondo con il popolo. Attraverso il partito e il suo giornale, chenell'immediato dopoguerra ha ampia diffusione tra le masse, soprattuttoquelle proletarie delle grandi citta industrializzate del Nord, come la suaTorino, anch'egli vuole arrivare, come i cinque scrittori nordamericani,"a un linguaggio che tanto s'identificasse alle cose da abbattereogni barriera fra il comune lettore e la realta simbolica e mitica piuvertiginosa" (1978: 174).

Il rapporto d'identificazione con Matthiessen e confermatoulteriormente dall'e-pigrafe Ripeness is all ("la maturita etutto"), che, tramite questo autore, passo da William Shakespeare, chel'aveva utilizzata in Re Lear, a Pavese, che la impiego nel suo ultimolibro, La luna e i falo, nonche dalla scelta del suicidio, che lo scrittorepiemontese fece quattro mesi dopo quella, altrettanto tragica, di Matthiessen(aprile 1950). E lo stesso Pavese, infine, a sottolineare i punti di contattotra l'interpretazione dei cinque autori americani da parte diMatthiessen e il proprio lavoro di scrittore, che si muove, come queglialtri, nell'ambito di una tradizione letteraria nazionale improntataalla "futilita" (1978: 175-176):

 Ne a Matthiessen sfugge che quest' ossessione del processo espressivo per cui il processo stesso diventa materia di poesia, ebbe le sue radici nella futilita, sentita come tale, della tradizione poetica nazionale, nell'assenza di qualunque "opera" vitale, per cui--e accadde anche a Poe--l'artista riesamino con accanimento i fondamenti della sua tecnica e poetica e giunse a scoperte che precorsero la contemporanea maturita europea.

Qui certamente lo scrittore piemontese pensava a se stesso, allasua insoddisfazione per la situazione attuale della letteratura italiana,alle sue infaticabili riflessioni sui fondamenti della propria tecnica epoetica, affidate alle pagine de II mestiere di vivere e ai due saggi teoriciche accompagnavano le poesie di Lavorare stanca.

Pavese evidenzia ii problema espressivo, la "questione dellalingua", che gli scrittori americani studiati da Matthiessen dovetteroporsi e risolvere, trovandosi a operare in un Paese che "gemeva sotto ilpeso della tradizione, una provinciale tradizione di autogoverno, di pubblicaoratoria e controversia--teologica e politica--che di due almeno dei nostricinque rischiera ancora di fare dei vanitosi predicatori (Emerson eWhitman)" (1978: 174).

Evidentemente anche qui l'autore piemontese parla di sestesso, del suo essere costretto a scrivere in un Paese dominato da unatradizione letteraria fondata sulla retorica. Lo studio di Whitman, al qualededica la tesi di laurea e gli altri scritti gia menzionati, e dellaletteratura americana e dunque funzionale alla sua ricerca della soluzionelinguistica ottimale, raggiunta poi ne La luna e i falo. Ancora una volta eil saggio su Anderson del 1931 a costituire per noi un punto di riferimentoben saldo, laddove il Nostro indica in Vittorio Alfieri il massimorappresentante di quegli scrittori italiani "che si sforzano (...) digiungere ad una piu profonda unita nazionale, penetrando sempre piu il lorocarattere ragionale" (1931; vedi 1978: 34). Pavese aspira a una lingualetteraria che sia nazionale e che si nutra, nel contempo, dei regionalismi,perche solo cosi si potra ottenere una lingua viva, che contenga in se"il sangue della provincia" (1978: 34). E qui evidente la polemicacon la lingua "artificiale", "morta", "che si imparasui manuali", o che viene creata in laboratorio dagli scrittori e che eil risultato di operazioni alchemiche, senza alcun legame con la vira realedegli uomini, con l'apporto creativo delle genti, senza la ricchezzaespressiva e la vivacita della lingua parlata nelle varie regioni, anziprovince, d'Italia. Tale polemica investe la cultura fascista, costruitasulla retorica dannunziana, sulla "bella pagina" rondista, ma anchesulla "parola innamorata di se stessa" degli ermetici. Paveseaspira a una lingua nazionale vivificata dalla ricchezza espressiva delleparlate locali. Gia nel saggio su Sinclair Lewis egli spiega che cosasignifichi per lui essere "provinciale" (1930; vedi 1978: 27):

 A tirare le somme, una cosa soprattutto risalta da questi romanzi di Lewis. I personaggi, e con essi l'autore, sono grandi provinciali. In ogni senso, grandi. Cominciano ingenui. Quelli delle praterie vanno a fare i provinciali a Nuova York e quelli di Nuova York vengono a farlo in Europa. E finiscono seri, ma--ciarlatani o grandi scienziati o industriali come sono--una sala affollata d'abiti da sera li terra sempre in soggezione. Pure, di tali nature--con cui il Middle West, il paese americano, si perpetua nell'arte--occorrevano alla letteratura nazionale. (...) Ma, certo, senza i suoi provinciali una letteratura non ha nerbo.

Pavese ha fatto propria la lezione di Lewis. Anguilla,protagonista del suo ultimo romanzo, quello dell'eta matura, La luna e ifalo, nel quale lo scrittore trae le conclusioni di tutta una vita, eanch'egli un "grande provinciale", che ha girato ii mondo, estato in America, ma non si e liberato, nel modo di pensare, di camminare, dimuoversi tra la gente, delle vecchie "soggezioni" del contadinopiemontese. Lo stesso Pavese vive, parla, ragiona e si veste, nella Torinoindustriale, con le fattezze del contadino langarolo. Ugualmente potremmodire del suo amico Davide Lajolo, il quale, trasferitosi anch'egli incitta, prima a Torino e poi a Milano, come giornalista presso il quotidianoL'Unita, ove ricopre incarichi di prestigio nelle redazioni regionali(capo-redattore nel capoluogo piemontese, ai tempi in cui collaborano allapagina culturale Pavese e Italo Calvino, e direttore nel capoluogo lombardo),conserva le abitudini provinciali, porta nel cuore quel mondo contadino chesi colloca tra Langhe e Monferrato e che diventa oggetto privilegiato anchedei suoi romanzi. Ogni tanto si rigenera, andando a trovare Pinolo Scaglione(Il Nuto de La luna e i falo), nella sua falegnameria di Santo Stefano Belbo,per scambiare quattro chiacchiere. Lo stesso fa Pavese.

Il discorso non si ferma qui. Pavese chiarisce, nel saggio suLewis (pubblicato su La Cultura nel 1930, e quindi contemporaneo della tesidi laurea), qual e l'apporto della "provincia" alla nuovalingua letteraria, che effettivamente nascera, grazie a lui e a tanti altriscrittori della sua generazione, nell'immediato dopoguerra (1978:27-28):

 Nell'uso poi di slang e di volgare si dimostra la buona natura provinciale di Sinclair Lewis. Questa specie di gergo e di dialetto, espressione nazionale americana, e da lui compresa e amata e fatta, infine, poesia, risultandone la vera creazione di un linguaggio --il volgare americano--; cosa di cui non si ha piu esempio dai tempi che i popoli neolatini hanno fermato idiomi vergini in opere d'arte e di vita. Prima di Lewis, lo slang americano era color locale o improvvisazione giornalistica. Forse soltanto O. Henry, quel felice ingegno matto, ne uso in qualche modo a comporre una lingua letteraria. Ma negli altri--M. Twain, W. D. Howells, i migliori--il volgare americano e troppo ancora nello stato in cui e il negro dei discorsi di Jupiter (The Gold Bug di Edgar Poe): macchia, color locale.

Il discorso e ripreso e dettagliato da Pavese in altri saggi sullaletteratura nordamericana, a conferma dell'importanza vitale che ilNostro vi assegna: "Lo stile di Anderson! Non il dialetto crudo ancoratroppo locale (...). Ma una nuova tramatura dell'inglese, tutta fattad'idiotismi americani, di uno stile che non e piu dialetto, malinguaggio, ripensato, ricreato, poesia" (1931; vedi 1978: 42). E, aproposito di Mark Twain, scrive ancora: "La creazione di un suolinguaggio, originalissimo nella tradizione linguistica dell'America,nutrito dei vari dialetti della vallata del fiume" (1934; vedi 1978:30-31). Infine, a proposito di O Henry (1932; vedi 1978: 103, 109):

 E finalmente, un carattere nuovo ha questa letteratura che culmina nel "principe" O. Henry: essa e una letteratura dialettale. E una curiosa letteratura dialettale, perche noi immaginiamo i dialetti come locali (...). Ma in America ii dialetto e la lingua volgare, parlata da tutti, in contrasto all'inglese colto e aulico, insegnato nelle scuole (...). O. Henry trovo il tono con una sicurezza e una tempestivita rare. Era anche il meglio adatto di tutti gli scrittori del suo tempo, lui, a parlare su di un giornale a tutta la nazione.

Tutte queste citazioni non sono oziose, ci danno l'idea diuno sforzo intellettuale, di una ricerca culturale, di un percorso intrapresoda Pavese a partire dalla tesi di laurea (e anche prima) per dar vita a unnuovo modo di fare letteratura, a un nuovo "stile".

Italo Calvino, nella prefazione a Letteratura americana e altrisaggi, traccia, a vent'anni di distanza, il bilancio provvisoriodell'influenza che hanno avuto sul successivo sviluppo della letteraturaitaliana le idee professate da Pavese negli scritti critici sulla letteraturaamericana, a partire dalla sua tesi di laurea (in: Pavese, 1978: XXV-XXVI):

 Oggi, dopo vent'anni, dopo che lui ci ha detto d'aver "scritto tutto quel che aveva da scrivere" e se ne e andato, possiamo dire che a questo programma ha tenuto fede. E con successo: il suo lavoro, le pagine scritte o tradotte da lui, il loro situarsi a fianco d'altri esperimenti, il loro inserirsi in una ripresa d'interessi per la lezione di Verga, il loro coincidere con le esigenze storiche dei tempi, hanno portato le prospettive della letteratura italiana a nuove condizioni: radici salde nelle regioni, ma non piu con le strettoie del regionalismo o dello strapaese, nuova impostazione dei rapporti tra lingua nazionale letteraria e nutrimenti dialettali (e la letteratura ha permesso al cinema di fare altrettanto,--e forse, anche alla pittura). Cose ovvie, adesso: ma vent'anni fa una ripresa di questa problematica risorgimentale forse poteva sembrare un ticchio scolastico; invece, oggi che si riprende a pubblicare e a leggere De Sanctis, e si discute sulla formula ritrovata tra le carte di Gramsci: "carattere non nazionale-popolare della letteratura italiana", mi pare che queste preoccupazioni di un giovane letterato provinciale, allora tutto buttato nella polemica crociana, abbiano un interesse d'attualita.

In conclusione, possiamo dire che la tesi di laurea su WaltWhitman, letra assieme agli altri scritti sulla letteratura nordamericana, eimportante perche preannuncia alcuni elementi che influiranno sulla futurapoetica di Pavese. Basti qui pensare all'elaborazione della teoria delmito, che indubbiamente prende le mosse dal riconoscimento del rapporto nuovoche Whitman riesce a instaurare con la realta, guardando al mondo con gli"occhi puri" del fanciullo, cogliendo con stupore ii significatosimbolico che si nasconde dietro l'apparenza fenomenica. Un significatosimbolico che, pero, la ragione deve "ricondurre a chiarezza". Sipensi, inoltre, al sottile equilibrio tra mito e storia, che si riproporra intutta l'opera di Pavese.

Gli studi sulla letteratura nordamericana precorrono, infine, lescelte linguistiche compiute da Pavese scrittore e culminate ne La luna e ifalo, nelle quali--come scrive Calvino--ha avuto un peso fondamentale lalezione di Giovanni Verga.

Funding

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DOI: 10.1177/0014585813479535

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Antonio Catalfamo

Universita degli Studi di Messina, Italia

Note

(1.) Traduzione italiana a cura di L Mondo e I Calvino:"Penso che Lei ricordi con quanta passione l'anno scorso ioammirassi e studiassi le cose d'America, e questa passione e andatacrescendo. Lei sa pure che qui in Italia e quasi impossibile trovarequalsiasi cosa d'americano si cerchi. / Un mese fa scopersi a Roma unaBiblioteca di studi americani in Italia ma anche questa e poco al correntedelle pubblicazioni recenti di poesia o di romanzi--in America e possiedesolo classici e opere non letterarie. / Sono a malapena riuscito a trovarequalcosa di cui avevo bisogno per la mia tesi di laurea su Walt Whitman (Leinon sa, saro il primo italiano a parlare di lui distesamente e criticamente.Mi perdoni, quasi saro io a rivelarlo all'Italia). (...)/Vorrei dunquemettermi d'accordo con Lei per una specie d'affare. Mi pare che Leimi abbia detto una volta che avrebbe accettato un accordo di questo genere:ognuno di noi avrebbe mandato all'altro le piu importanti novita dellapropria letteratura. (...)/Intanto, come cosa piu urgente, vorrebbe esserecosi gentile da cercarmi, se esiste negli USA, un libro--dizionario,trattato, o qualsiasi cosa sia sul linguaggio americano moderno, che mi mettain grado di comprendere meglio i vostri scrittori contemporanei? Sono pienidi slang, modi di dire, non so cosa, quindi per meta incomprensibili. Hobisogno d'un libro cosi come dell'aria che respiro. Puo trovarmelo?Forse Lei non immagina nemmeno di che utilita sono state per me le suelezioncine di parlato americano. Conservo sempre con cura quegli appunti esebbene le espressioni e le parole che ho potuto annotare siano poche, purequando leggo autori moderni americani mi sento piu sicuro, piu ardito nelcomprenderli, piu in contatto col loro modo di vivere e di pensare. E tuttoviene dalle Sue lezioni di lingua! Se non la disturba, vorrei accludere allemie lettere una lista di parole e frasi prese da scrittori contemporanei eche i nostri dizionari non spiegano e Lei potrebbe restituirmele con le sueabituali e cosi interessanti spiegazioni. Ma solo se Lei puo e se lo favolentieri, mi raccomando. Vede, sono sempre lo stesso noioso. Le chiedoscusa. Lei ha certamente altre faccende cui pensare. Ma se mi dedichera unpo' di tempo mi fara un grande, grande regalo. Pensi, e per il bene delSuo paese!" Per lo scambio epistolare tra Pavese e Chiuminatto, si vedaPietralunga (2012).

(2.) Il quotidiano torinese anticipa uno stralciodell'autobiografia a cui sta lavorando Fernanda Pivano. Il brano erelativo al 1938.

(3.) Si vedano a tal proposito: Binetti (1998), Costa Stella(1995), Popiela (2001, 2007), Remigi (2009, 2012) e Smith (2008). Fra glistudi meno recenti vanno richiamati: Lorenzi Davitti (1975) e Tondo (1969).

Autore corrispondente:

Antonio Catalfamo, Facolta di Scienze della Formazione,Dipartimento di Filosofia, Universita degli Studi di Messina, Via Concezione10, 98100 Messina, Italia.

Email: catalfamo.antonio@tiscalinet.it

Catalfamo, Antonio

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